Frascarolo

Abbazia Santa Maria di Acqualunga

Ci troviamo nel lembo della nostra campagna che degrada verso il grande fiume, tra risaie, filari di pioppi e ontaneti e querce residui delle foreste che un tempo ricoprivano queste terre contese tra le sabbie del Po, le ghiaie della Sesia e a non molta distanza dai limi dell’Agogna. Percorrendo una suggestiva strada campestre che scende tra le case di Castellaro de’ Giorgi, si giunge in una piana circondata da risaie in comune di Frascarolo, ove sorge tra case coloniche e rimesse agricole per lo più diroccate, una chiesa non grande con un campanile aguzzo e un casamento pretenzioso addossato.

L'abbazia di Santa Maria di Acqualunga
L’abbazia di Santa Maria di Acqualunga
17/09/2022
L’Acqualunga è un toponimo agrestemente evocativo che compare la prima volta in due pergamene del 1136 relative a beni posseduti dalla collegiata di Santa Maria maggiore a Lomello. Nella riva opposta del Po, presso lo Scrivia, attorno al 1180 un ricco possidente di nome Ascherio lascia l’abbazia di Rivalta - da poco abitata dai Cistercensi di Lucedio - e si trasferisce all’Acqualunga dove pare fondare una chiesa intitolata a Santa Maria e un monastero adiacente secondo lo stile cistercense, che il 23 dicembre 1185 dona all’abbazia di Santa Maria e San Giovanni di Rivalta con le molte terre circostanti, che arrivavano fino a Sartirana.

Nel 1204 compare per la prima volta un Abate di Acqualunga che ormai è una abbazia regolare con una piccola dipendenza a Pavia, nel 1221 passata alle monache di San Cristoforo di quella città. L’abbazia è nominata tra gli enti privilegiati dall’imperatore Federico II (1227) ed Enrico VII (1311).

La storia (o meglio la storiografia) è piuttosto avara di notizie: nel 1383 l’abate Giovanni viene chiamato dal papa Urbano VI a reggere l’abbazia di San Tommaso di Torcello, nella laguna veneta. Nel secolo successivo inizia la piaga degli abati commendatari: molti monasteri vengono ceduti a ecclesiastici (talvolta solo di nome...) che ne godono le rendite, senza curarsi dei monaci che vi abitano. Nel 1431 un Abate partecipa al Concilio di Costanza rappresentando anche quello di Santa Croce di Mortara, infermo. Nel 1459 riceve la commenda di Acqualunga Francesco Tedeschini Piccolomini, nipote di quell’Enea Silvia che sedeva sul trono di Pietro col nome di Pio II. Fatto arcivescovo di Siena e Cardinale divenne papa - chiamandosi Pio III - il 24 settembre 1503, morendo già il 18 ottobre dello stesso anno. Questi nomina suo successore all’Acqualunga un ecclesiastico pavese, Galeazzo Pietra, che si preoccupa di rivendicare i diritti delle proprietà abbaziali. Fondata dal papa Clemente VII il 16 marzo 1530 la diocesi di Vigevano, fu eletto primo vescovo l’abate di Acqualunga. Questi procura che il titolo e i beni dell’abbazia siano uniti in perpetuo a quelli del vescovado di Vigevano con lettera apostolica del 1 maggio del medesimo anno (e non nel 1533 o 35 come talvolta asserito).

La chiesa abbaziale (e soprattutto le cospicue rendite tratte dal vasto fondo agricolo) diventa quindi annessa di fatto alla diocesi di Vigevano, sicché il Vicario del vescovo di Pavia mons. de’ Rossi, in procinto di effettuare la visita pastorale alle parrocchie e alle chiese di Lomellina, viene un giorno del 1565 malamente impedito di entrarvi dal fittabile, un parente del vescovo. Nel 1578 San Carlo Borromeo, intento nella visita apostolica, si occupa anche dell’Acqualunga, e del prete stipendiato dal vescovo - abate per curare le anime del centinaio di fedeli che vivono nei dintorni, addetti alla coltivazione delle terre abbaziali. La serie dei parroci inizia a essere registrata dal 1699, essendo andati abbruciati per le guerre passate gli antichi registri, come si trova annotato.

La vita della parrocchietta trascorre tranquilla e placida anche dopo il 1866, quando il Governo subalpino sequestra i beni della mensa vescovile che erano stati in parte restituiti dopo le soppressioni napoleoniche. Lo spopolamento dei cascinali annessi alla chiesa abbaziale ha di fatto negli ultimi decenni estinta la vita parrocchiale del paesello, che fu Comune autonomo fin dal sec. XVI. La cura della chiesa e della parrocchia - formalmente esistente - è affidata a un sacerdote con il titolo di “delegato vescovile”.

La chiesa di Santa Maria è un interessante esempio di architettura cistercense databile tra la fine del sec. XII e gli inizi del XIII, come mostrano gli archetti pensili e le finestre originali, che ricordano quelli di Rivalta: il corpo della chiesa è a tre navate, divise in due campate da pilastri polistili e terminante in una abside rettangolare divisa in due campanelle.

La facciata a salienti (forse un tamponamento) e le volte ogivali a costoloni di tarda architettura ogivale sembrano risalire a una fase costruttiva più tarda, da alcuni addirittura collocata alla prima metà del sec. XVI.

La chiesa era stata pensata piuttosto in grande, con un corpo ben più vasto, secondo lo stile cistercense: le circostanze impedirono probabilmente uno sviluppo del corpo della fabbrica e il completamento con le volte. I recenti restauri hanno messo in luce numerose tracce di affreschi, in facciata, all’interno, e nel sottotetto, alcuni assai pregevoli, e databili tra i sec. XV e XVI. Tra il 1855 e il 1855 (errore presente nell’originale, n.d.r.) il vescovo abate mons. Forzani, dopo aver completato i restauri della Cattedrale con l’intervento del celebre Gonin, intraprese radicali lavori di restauro della chiesa di Acqualunga.

Fu costruito il campanile di gusto ogivale e l’interno fu interamente ridecorato (e forse riplasmato) in gusto neo-gotico, secondo le forme ideate dal Cavallasca per la chiesa vigevanese di San Francesco, da cui provengono l’altare maggiore e la relativa balaustrata in marmi policromi baroccamente sagomati della seconda metà del sec. XVIII. Fu anche eretto un piccolo altare in marmi per la bella statua settecentesca della Madonna del Rosario con il Bambino, un tempo venerata dai parrocchiani. Furono posti un confessionale neo-gotico, il pulpito ligneo e diverse suppellettili. Nella parete di fondo del coro Francesco Gonin realizzò un affresco raffigurante l’Assunzione della Madonna tra angeli, che richiama il ciclo eseguito alcuni anni più tardi per la chiesa parrocchiale della vicina Sartirana.

Un importante restauro compiuto tra il 2005 e il 2009 promosso dalla diocesi e diretto dall’arch. Vittorio Sacchi ha restituito dignità al prezioso edificio restituendo preziosi lacerti di architettura cistercense e di affreschi rinascimentali, a cui è seguito un convegno di studi i cui atti sono stati pubblicati a cura del dott. Flavio Romano.

Il complesso monastico cistercense non esiste più, o almeno è inglobato parzialmente nel caseggiato padronale costruito nel sec. XVII come residenza estiva dei vescovi e abitazione del fittabile della proprietà. La struttura odierna, privata, fu rimaneggiata nel corso dell’ottocento dai nuovi proprietari, i Cavallini, che nel secolo scorso donarono la chiesa alla diocesi e il complesso con la proprietà terriera all’ospedale San Martino di Mede. L’abitazione che fu del parroco giace attualmente diroccata, insieme all’antico mulino, agli imponenti fienili e alle case dei salariati ora abbandonate per il progresso del mondo agricolo che non ha risparmiato questo lembo senza tempo di Lomellina.

Il testo di questa pagina è stato estratto da un articolo di Don Cesare Silva nella pubblicazione “Aurora della Lomellina” (gennaio 2022).